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lunedì 7 aprile 2014

Brioscine appena sfornate: Werner

Lo scorso 17 Febbraio è uscito il nuovo album dei pistoiesi Werner, visto che la band mi continua a regalare meravigliose sorprese sia su disco che live non ho potuto rimandare oltre un piccolo tête-à-tête nel nostro cucinino. Qui sotto ci siamo fatti raccontare origini ed evoluzioni della famiglia Werner. Buona lettura.

Cominciamo con la presentazione del gruppo (ma movimentiamo le cose): ciascuno introduca gli altri due. Come vi siete conosciuti?
Stefano: Diciamo che Carlo Venturini (Ka Mate Ka OraWhite Birch Records) è stata la persona che ha contribuito alla nascita dei Werner. Essendo Carlo il maestro di tennis di Elettra quando mi ha parlanto di quel suo corso con allievi così strambi io mi sono incuriosito e sono andato a vedere. Tra questi c'era anche Elettra con quel suo diritto che tutt'oggi è da rivedere e lavorarci su. L'anno seguente sono diventato io il suo maestro di tennis ed è stata l'occasione per condividere le nostre idee musicali e da lì il passo è stato breve; avevo dei brani nuovi che non "suonavano Ka Mate" e decisi di provare a ri-arrangiarli con lei al piano. Tutti e due concordi che con un violoncello sarebbe stata la ciliegina sulla torta provammo a chiedere a Alessia se era interessata al nostro progetto e lei per fortuna nostra rispose subito di sì! L'intesa nel suonare insieme si creò subito grazie all'apertura mentale/musicale di Alessia nel suonare questo tipo di strumento.


Elettra: Ho conosciuto Stefano tramite suo fratello Carlo che era il mio maestro di tennis! Mi ha parlato dei Ka Mate Ka Ora e pian piano è nata la voglia con Stefano di fare qualcosa di diverso insieme dato che anche io ho un progetto parallelo di musica classica... Alessia invece l'abbiamo cercata appositamente per il progetto Werner, scoperta per caso ed è stata la scoperta del secolo, almeno per noi!
Alessia: E' successo tutto lentamente e in un modo abbastanza strano. Sono stata contattata da Stefano che conoscevo solo di vista e un po' grazie a qualche concerto dei Ka Mate Ka Ora. Mi spiegò il progetto ed io non ci pensai molto, dissi subito di sì. Gli eventi hanno cercato di remarci contro. Dovetti rimandare più volte il nostro incontro, addirittura per un incidente stradale (Ebbene sì, un vecchietto mi mise sotto sulle strisce!) ma alla fine ce l'abbiamo fatta. Siamo entrati subito in sintonia, Elettra e Stefano avevano già gran parte dei pezzi ma mi hanno accolta e inserita come se fossi sempre stata li. Sin dalla prima prova nel salotto di Elettra sapevo di aver trovato finalmente le persone giuste e ne sono ancora pienamente convinta.


Il sound dei Werner. Partiamo dal vostro primo lavoro Oil Tries to be Water. Ho letto un paio di recensioni che vi intimavano ad "osare" di più. Voi credete di esservi trattenuti? L'idea iniziale che ruota attorno al vostro sound da dove viene? Cosa volevate trasmettere?
Stefano: Il nostro primo progetto nasce con idee chiarissime, volevamo comporre musica per una formazione come la nostra, un pianoforte, una chitarra e un violoncello, crediamo di esserci riusciti al primo colpo! Il secondo disco prevede la stessa identica formazione ma qui, abbiamo usato di più, nel senso che usiamo, non osiamo, più strumenti... Armoniche e percussioni e "usiamo" anche altri musicisti: Lorenzo Cappelli, Chiara Remorini e Mirko Maddaleno per esempio! Il discorso dell'osare di più andrebbe chiesto a chi ha pensato questa cosa, noi non ne capiamo il senso (detto con assoluta tranquillità :).


In che maniera è diverso Down Below on Your Own? C'è un filo conduttore legato alla dedica del disco? Le canzoni convergono su un'unica narrativa?
Stefano: La dedica per Lara è la dedica che spontaneamente ci è venuta, non potevamo farne un'altra ma non è il filo conduttore del disco, c'è un pezzo che porta il suo nome e la sua presenza ci ha accompagnati durante la nascita di questo disco, la sua presenza era tangibile perché il violoncello che suona Alessia era il suo. L'immagine è il filo conduttore che lega con Oil Tries to be Water, cerchiamo di cantare, suonare, respirare immagini, siamo immaginifici.


Mi sembra che le collaborazioni più che necessarie siano una maniera per condividere il progetto con persone a voi legate, quanto si allarga la famiglia Werner nella produzione di un disco?
Stefano: "Condividere " è un verbo bellissimo, condividere cose belle come la nascita e la lavorazione di un disco è altrettanto bello, fortunatamente tra i musicisti, c'è ancora chi la pensa come noi e quando abbiamo chiesto , tutti hanno risposto sì, con l'entusiasmo che contraddistingue chi la musica la fa perché la ama da chi la fa per chissà quale assurdo motivo... Nei live cerchiamo sempre di condividere i nostri brani con chi ci ha partecipato o chi comunque ci ha aiutato nella sua realizzazione. Werner è una famiglia che si sta allargando; per esempio nel nostro ultimo live alla batteria ci ha accompagnato Ilaria Castellano, nonchè sorella batterista di Alessia!!



Questa, credo, è solo per Alessia, a.k.a. Cuor di Cane. C'è infinita cura nei disegni e nelle edizioni speciali, come si intrecciano musica, artwork e packaging?
Alessia: E' un intreccio spontaneo. Le idee per gli artwork e le edizioni limitate derivano da un profondo ascolto della musica e sopratutto delle diverse idee che abbiamo all'interno del gruppo. Cerco sempre di trovare un filo conduttore tra musica e immagine, che leghi le diverse suggestioni che io, Stefano ed Elettra, abbiamo incontrato prima e durante la lavorazione del disco. Il tutto si conclude con le edizioni limitate realizzate a mano. Sono il modo più bello per rendere realmente vivo e unico il nostro lavoro.


Cuoredicane si è occupata anche delle ultime release della White Birch Records, anche per il futuro c'è in progetto di legare il sound che voi seguite come etichetta ad un certo stile di disegni ed immagini?
Carlo: Cuore Di Cane si è occupata di quasi tutte le grafiche delle nostre produzioni che, a dire il vero, non sono molte e in futuro saranno forse ancora meno. Piuttosto che fare tanto per fare preferiamo non fare. L’idea di avere un’estetica che accomuni i progetti supportati da White Birch è un elemento che riteniamo importantissimo; è qualcosa che attiene all'identità del progetto White Birch e se si perde l’identità si è persi. Allo stesso tempo credo anche che nessuno possa permettersi di imporre nulla alle band, che hanno il diritto e il dovere di far emergere la propria visione con tutti i mezzi disponibili. Quindi, da parte nostra non ci sarà nessun vincolo, continuerà come è stato fino ad adesso: chi sarà convinto del lavoro di Cuore Di Cane potrà “approfittarne”, chi non si sentirà rappresentato sceglierà altro. E ci mancherebbe altro, mi viene da aggiungere!

lunedì 24 marzo 2014

Brioscine appena sfornate: My Violent Ego

Dei My Violent Ego abbiamo già scritto ma non era ancora venuta l'occasione di scambiare due parole per farci raccontare più da vicino il progetto. In occasione della pubblicazione del nuovo Ep, preludio al nuovo album, abbiamo contattato Paolo Miceli, la metà italiana del duo dream pop. Ecco quello che ci ha raccontato.

Ciao Paolo, benvenuto nel nostro cucinino, partirei banalmente dall'inizio. Ho letto che tu e Christy vi siete conosciuti online dove le distanze geografiche non sono un problema, cos'è che vi ha fatto avvicinare? Cosa ha fatto "click" le prime volte che avete chiacchierato?
Sì, lei è di Edimburgo, io di Roma. Al tempo, Christy aveva un progetto solista, Kizzy, chitarra e voce. Molto bello. Assurdo che nessuno l'abbia scoperta prima di me. La trovai sul vecchio mp3.com. Cominciammo a scriverci, a chattare su Msn. All'inizio volevo distribuire la sua musica su un'etichetta che avevo creato con un amico, progetto che morì in pochi mesi. Poi, avevo da un po' nel cassetto un pezzo, che non riuscivo a cantare, così chiesi a lei se le andava di fare una prova. Il pezzo era Plim, me lo rimandò cantato nel giro di una giornata o due. Per me era perfetto così, e così ho lasciato le tracce della sua voce. Si poteva continuare con altri pezzi. Quello che faceva più click tra di noi, erano le nostre registrazioni, piuttosto lo-fi. Registravamo tutto in casa.
Dopo un primo prolifico periodo ricco di Ep e collaborazioni c'è una lunga pausa dal 2005 al 2011 interrotta dalla raccolta One day you'll laugh at the sad saga that was pubblicata da Handwriting, Sometimes, White Birch. Come mai la lunga pausa? La compilation voleva essere un punto della situazione? Era già nell'aria il nuovo album?
Comincio a confondere le date, e cercherò di non essere (troppo) prolisso... Ma nel 2004 o nel 2005 finimmo in Francia, vicino Tolosa, dove stava l'etichetta che avevamo al tempo, questo, per registrare un nuovo Ep. Per una serie di vicissitudini (pessima strumentazione di supporto, un raffreddore improvviso di Christy), questo Ep secondo me era uscito peggio che mai, mediocre e piatto, rispetto i demo che gli stavano sopra una spanna, così mi sono rifiutato di farlo stampare. Dissi che bisognava tornare in studio, e ricominciare da capo. L'etichetta non la prese bene. Christy nemmeno. Per me, non c'era alternativa, o si rifaceva, o niente. Non la presero affatto bene. Christy mi scrisse in un'ultima email, al tempo, "One day you'll laugh at the sad saga that was my violent ego. May your new band be named 'my new happy band'". E smettemmo di sentirci, se non sporadicamente.
Qualche tempo dopo avevo deciso di distribuire online, gratuitamente, le demo originali di quell'Ep, col nome Clicks & Hisses. Dopo qualche mese, scoprii che una fake band black metal di Portland, di nome Velvet Cacoon, aveva cambiato nome ai nostri pezzi e al disco, questo, fortunatamente, senza venderlo, e gli aveva associato un'immagine di due nichilisti goth metallari, lui/lei, che si facevano di droghe pesanti dalla mattina alla sera, passeggiando fra le nevi, vestiti di pizzo. La gente di quella nicchia, in delirio per loro. E l'Ep ebbe un boom di download, finché il tizio in questione, non ammise che si trattava di una frode e che era contento così.



Verso il 2010 Christy scoprì che forse non avevo avuto così torto. E mi propose di ricominciare a registrare pezzi insieme, senza però nessun piano di continuità. Meglio di un calcio in bocca, mi son detto.
Nel 2006 o 2007, mi sono messo a suonare la chitarra nei Sea Dweller. Dissi agli altri di cambiare il nome in My New Happy Band, ma non la proposta non fu accolta.
Poi nel 2010, Antonio Olivieri, - fu Sometimes rec (oggi Angst e negli Addio), amico già da tempo, - mi chiese se avevo voglia di far uscire una sorta di antologia MVE, ristampa degli EP passati. Ci misi dentro anche le demo, riaggiustate, di quell'EP 'black metal'. Gli amici di White Birch (i fratelli Venturini dei Ka Mate Ka Ora, Werner) e di Handwriting rec (Michele Pollice de La Calle Mojada) si unirono generosamente alla produzione, ed eccolo là il disco One day you'll laugh at the sad saga that was, che contiene i pezzi scritti prima e dopo l'Lp Carried-Along-By-Fate.
Il 'nuovo album' oramai è praticamente già vecchio, nel senso che abbiamo cominciato a scriverlo nel 2010. O nel 2009, non ricordo. Ma tra lavoro, le nostre famiglie (siamo entrambi fieri genitori), i Sea Dweller prima e ora La Casa al Mare (dove suono la batteria), non c'è stato mai abbastanza tempo per finire tutto. Le parti di Christy sono finite, ma mi restano ancora da completare altre mixing e mastering. Spero di farcela per marzo.

Il nuovo Ep May You Find Yourself è inteso come un assaggio del nuovo disco o come release a sé stante? La distinzione di significato tra i due titoli, l'augurio del titolo dell'ep e l'incertezza del titolo del album (You Might find Yourself), è solo un bel gioco di parole o ha radici nel vissuto? E tu, hai trovato te stesso?
May you find yourself Ep contiene pezzi che finiranno nell'Lp You might find yourself. Del domani non v'è certezza, tempus fugit, questi pezzi hanno la loro liason, quindi potevano e dovevo farli uscire per poter andare avanti; per una stampa su supporto fisico, aspetto di averli tutti pronti. I titoli sono un augurio (il primo) e un suggerimento (il secondo).

Come spiegavi l'album in uscita non rispecchia esattamente l'attuale, state parallelamente scrivendo nuovo materiale o vi concentrate sui rispettivi progetti paralleli?
Se per l'attuale intendi One day you'll laugh..., no, sono due album piuttosto diversi: questo è il primo disco in cui suono anche la batteria e il basso, oltre le chitarre. Prima, era solo chitarre, voci e violino. A questo giro, è tutto molto più fisico, a volte noise, rispetto il piano etereo di un pezzo come Come on, sleep.


E con i Sea Dweller come procede?
Il capitano ha abbandonato la nave. Siamo morti partorendo il disco lo scorso aprile per la giapponese Hands and Moments. Spero che un giorno riprenderemo da dove ci siamo fermati.

Per i My Violent Ego prevedi una rinnovata fertilità nella produzione come nel primo periodo di attività oppure le tempistiche sono ormai consolidate, un album ogni dieci anni? : )
Fosse per me, starei tutto il giorno a suonare e registrare del nuovo. Ma purtroppo questo crimine non paga, e tocca lavorare 5 giorni su 7 per non andare in rovina. La maggior parte di You might find yourself l'ho registrato di domenica mattina, tra le 8 e le 12 in un garage di Roma. E' sempre più difficile trovare il tempo per essere se stessi.
La previsione di aspettare altri 10 anni è futuribile, quanto ridicola. Ma il patto con Christy era di continuare a fare musica insieme sino alla morte, senza altre scadenze. Vedremo. Per il momento, finito questo Lp, sarò a piene mani nel disco dei La Casa al Mare (dove tra l'altro, ci suono con Alessio Pindinelli, ex Zoe, e Marco Poloni, fu La Calle Mojada e ora nei Dallas).



Avete già le idee chiare riguardo la pubblicazione e la distribuzione di You Might find Yourself? Sarà in free download o preferite magari puntare su un particolare supporto fisico?
Appena pronto il disco, sarà in pre-order sul nostro bandcamp, e prevedo di stamparlo su CD. Mi piacerebbe il vinile, ma conto di farlo solo se c'è sold-out o qualche offerta esterna. ... Non facciamo concerti, quindi abbiamo una chance in meno per vendere.

Infine. Che ne pensi della possibilità di distribuzione digitale offerta oggigiorno?
I "grandi" canali di distribuzione digitale (amazon, itunes, g-play, etc) per quanto mi riguarda sono ancora troppo costosi per offrire un serio ritorno economico ad un gruppo di nicchia come il nostro; già bandcamp si prende una bella fetta di revenues. E aggiungici la fee di paypal. Forse è un discorso utile più ad un'etichetta che ha diversi gruppi per account. O ad un gruppo meno di nicchia, che non spende soldi per stampare, e lascia tutto digitale. Probabilmente è diverso per le nuove generazioni, ma per quanto mi riguarda, è come per i libri, a me piace toccarli, vederli sparsi in casa, leggerli su un ebook reader mi ammazza un po' il fascino della cosa in sé. Per la Musica, poi, c'è il discorso di differenza audio fra mp3 e disco, che sappiamo tutti essere una questione a sé.

That's all folks.

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lunedì 17 marzo 2014

Broscine appena sfornate: The Volume Setting Folder

Terzultimo lunedì di Marzo, i primi sentori di brezza primaverile sulla pelle e una lunga intervista che narra il percorso di The Volume Setting Folder, progetto ambient-drone-post-rock del veneto Filippo Bordigato. Parole esaustive sulla necessità di sperimentare, comunicare sensazioni ambientali e pensieri personali servendosi, solo e soltanto, di virtualità sonore. Buona lettura e buona settimana!

Il progetto The Volume Setting Folder nasce nel 2011, considerando il tuo rapporto con la chitarra, iniziata a suonare di 16 anni e, considerando anche la musica che ascoltavi e quella che ascolti adesso, la cartella del volume su che tonalità è impostata?
Si orienta mio malgrado su tonalità sempre varianti e variabili, poichè non posso che ammettere che tutto ciò che ascolto mi influenza, e ciò che ascolto è vario, pur rimanendo in categorie musicali classificabili da molti come "strane", di nicchia, senza dare connotati pomposi al termine. Vero è il fatto che una grossa fetta di ascolti ed influenze è arrivata con il post rock. Dall'altro lato non posso nemmeno escludere che nel 2009 ci sia stato un altro punto di svolta; quando ancora molti mi potevano considerare un "metalhead", l'aver acquistato alla libreria Feltrinelli di Padova la mia prima copia di "Wire" (magazine britannico di musica contemporanea sperimentale in ogni accezione) ha allargato immensamente i miei orizzonti. O ristretto, dipende dai punti di vista, certo. E questo solo perché i Sunn O))) vi comparivano sulla copertina, destavano in me grande curiosità all'epoca, poiché avevo scoperto quelle sonorità da poco. A quella rivista, di cui consiglierei l'abbonamento a chiunque, devo un'apertura di orizzonti cui magari pochi riescono ad accedere, e solo con studi accademici, artistici o di conservatorio.


Quanto ha influenzato musicalmente per The Volume Setting Folder il progetto precedente Dӧrt, collettivo di sei amici musicisti e artisti? Per la serie, se non ci fosse stato non sarei ciò che  sono?
È stata un'esperienza molto importante soprattutto per la tempistica, poiché è arrivata al momento giusto, personalmente parlando. Probabilmente aver perso quel treno non mi avrebbe portato a perseverare nel cercare la mia strada di espressione in musica più tardi. Come molti, quasi tutti qui in Italia purtroppo, io ho suonato canzoni di altri per anni. Il problema è staccarsi dall'appagamento immediato ma effimero che da suonare un successo già consolidato, e provare ad esprimersi originalmente. Da questo punto di vista il progetto dört ha catapultato tutti noi in qualcosa di nuovo, costruire musica propria. E penso che sia ancora valido per tutti noi sei del gruppo iniziale, ma in maniera particolare per me ed Enrico, il quale ora da Berlino dirige la sua netlabel Ekar, assieme a Rita, su corde diverse dalle mie ma sempre alla ricerca dell'originalità.

Tenendo conto della cura estetica  fruibile nel packaging e nell'artwork dei tuoi lavori, quanto è importante l'aspetto visivo, l'immagine della tua musica?
L'estetica è forse l'unico "valore" che un uditore esterno può trovare nella mia musica, poiché per quanto io mi sforzi di cercare un concetto di fondo per ogni album, ogni uscita, questo è valido per me ma non necessariamente per un altro fruitore. Attraverso l'estetica dei pacchetti fisici (o anche solo delle copertine per gli album unicamente digitali) cerco di concretizzare ciò che alla fine è solo la mia sensazione, la mia percezione di quella musica. Inoltre cercare di interpretare in maniera originale anche il confezionamento stesso dei miei CDr è sempre una sfida ed un compromesso tra gusto, materiali e budget molto limitato; proprio per questo preferisco lavorare molto con le mie mani piuttosto che far produrre i supporti in modi più convenzionali.


Le ispirazioni creative sono molteplici: letterarie, puramente visive ed esperienziali. Registrazioni e pubblicazioni di Ep o Lp sono assidue piuttosto che rare (non lo leggo come approccio negativo). Sembra tu sia perennemente ispirato e non abbia paura di palesare ciò che fai. Cosa ti spinge a produrre e poi avere il coraggio di far ascoltare ? Quanto di tutto ciò è improvvisato?
Molte volte ed ancora oggi, dopo tre anni, mettermi ad improvvisare nella mia camera (dove fondamentalmente nasce tutto) è essenziale ma non fondativo di un album. Giusto in questi giorni ho letto un'intervista (forse proprio a Tom Yorke ma non vorrei attribuirgli cose non dette) in cui si parlava del superamento del formato "album" come obbligata uscita musicale. A me invece serve ancora il formato, per poter dare una coerenza a ciò che ci metto dentro, si tratti di left-over come per Sketches from Afar o album che hanno un "concept" più tradizionale. La coerenza serve unicamente a me per avere il coraggio, la forza di presentarlo degnamente a chi dal 2011 mi segue e possibilmente anche a chi ascolta per la prima volta la mia musica. Produco molto perché lo faccio appena posso, registro qualsiasi cosa e metto da parte. L'elaborazione del "Leitmotiv" avviene a metà strada e solitamente per strampalate epifanie personali; mi permette di unire cose già fatte con qualcosa che elaboro successivamente, a partire dal concetto stesso.

Considerando il tuo rapporto con l'improvvisazione, quanto valore  possiede la fase di editing e quindi di montaggio e costruzione accurata colma di sfumature nel risultato finale?
Dagli inizi è aumentata esponenzialmente, è innegabile. Da una parte perché ho inevitabilmente approfondito la conoscenza degli strumenti che uso nella mia produzione. E poi perché ho trovato nella "stagionatura" delle mie registrazioni un elemento di sorpresa che mi stimola nella distanza temporale tra l'incisione (intendiamoci, è tutto su supporto digitale) ed il riascolto. Molte volte capita che qualcosa che inizialmente avevo scartato o lasciato a metà si mostri sotto tutt'altra luce dopo mesi, e torni ad innamorarmene. Altre volte dalla più lunga sessione non ricavo che noia mortale, e mi rendo conto che accade quando mi impongo a forza di registrare qualcosa di valido. Il meglio viene sempre quando percepisco la stranezza in un passaggio o un errore, qualcosa che mi intriga. In quei momenti non si può pensare "ok, me ne ricorderò" ma è vitale registrare l'immediatezza, come è accaduto per Stanza in Folder #02.



Una componente molto importante percepibile dall'orecchio e sulla propria pelle è l'aspetto ambientale. Elemento d'ispirazione e suggestione, potente e presente stimolatore sensoriale. Attraverso quali modalità e perché la natura s'impone nella tua musica?  Che valore le assegni?
Le stagioni mi influenzano enormemente, come anche i luoghi, ma la ciclicità del clima durante l'anno è pesantemente centrale. A volte quasi penalizzante. Lo scorso anno mi sono imposto dei trimestri di produzione forzata con il progetto Year II: a Dogma; per ogni trimestre la musica veniva prodotta seguendo regole auto imposte a fine settembre 2012. Il terzo semestre coincideva col periodo aprile-giugno, e vi avevo assegnato una produzione esclusivamente acustica, che prevedevo si sarebbe adattata bene con il mio mood primaverile. Di fatto però tutti ricordiamo come lo scorso anno la primavera non si sia praticamente vista, con un inverno durato fino a maggio, almeno qui in Veneto. Dopo la depressione iniziale mi sono comunque deciso a sperimentare con qualcosa di diverso rispetto alle melodie "post-folk" che avevo preventivato, ed il risultato è stato molto più consono all'intero progetto di quanto io avessi immaginato inizialmente, forse anche con un po' di faciloneria. 

Quanto influisce l'esperienza strumentale con la chitarra nell'approccio al digitale e ai field recordings? I due approcci richiedono un coinvolgimento fisico (inteso letteralmente come movimento corporeo nel suonare) emotivo differente, il primo più passionale,  il secondo, forse, più elucubrato. Che ne pensi?
Nell'ultimo anno sono diventato sempre più un assiduo frequentatore di blog specializzati in "tecnologia per musicisti", come a me piace chiamarla; un nerd dell'ultima tendenza tecnologica musicale, in sostanza. Mi sono risvegliato da questa fase solo da pochi mesi, perché stava assopendo mortalmente la mia produttività. Soprattutto, spendere il mio tempo libero per blog non mi portava a registrare alcunché. Credo che partire da alcune basi certe, come è lo strumento chitarra per me, sia fondamentale, e sia anche sempre rivoluzionabile, nel senso che i limiti dello strumento sono solo apparenti. L'aiuto di software o altra tecnologia, siano sintetizzatori o altri strumenti di genere, è per me importante se posso usarlo alla mia maniera, anzi specialmente se riesco a trovare una mia maniera di utilizzo. Troppe volte guardando dimostrazioni di prodotti musicali on-line ho pensato "ottimo, così questa cosa che mi piace posso farla anch'io": emulare diventa la morte per me. 


Soffermandosi sui fields recordings, sono in qualche modo annessi al tuo attaccamento alla natura, all'ambiente che ti circonda? Pensi che siano utili e necessari a trasmettere una realtà potenziata oppure possiedono un altro valore e significato?
I field recordings sono un elemento che uso quando voglio marcare alcune sensazioni, imporre una visione a chi ascolta il brano. Imporre anche un paesaggio sonoro, o anche solo un dettaglio sonoro. Per quanto abbia attrezzatura valida per registrare, nella maggior parte dei casi modifico il registrato distorcendolo e degradandolo per usarlo nella mia musica. È una pratica prettamente personale, che mi da sensazioni più intime.

Con questa domanda concludo altrimenti non mi fermo più. Hai altri progetti nella testa? Progetti futuri o solo qui e ora?
Per il momento non ho che questo progetto, ma le collaborazioni con altri musicisti affini ci sono, ci sono anche le sperimentazioni legate al nome M. Beckmann, e questo è tutto quanto voglio continuare ad elaborare ora. Non vedo una meta né una fine, al momento. La mia priorità vera è portare la musica fuori casa, dal vivo. Per ora la sto relegando alla fine degli studi universitari. L'Italia forse non è il paese col pubblico più voglioso di ascoltare musica Ambient o sonorità sperimentali (a meno che uno non sia già affermato), ma sarebbe bello trovare qualche palco, o anche solo una stanza con poche persone, dove poter condividere qualche ora di sonorità dilatate. 

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lunedì 10 marzo 2014

Brioscine appena sfornate: Be Forest

I Be Forest (classe dal 91 all'89) sbarcano al Controsenso il 7 Febbraio per dare inizio al tour che li porterà a suonare in diverse parti dell'Europa. Inizialmente, il gruppo era composto d tre membri: Costanza Delle Rose (voce e basso), Erica Terenzi (voce e batteria) e Nicola Lampredi (chitarra). In vista del secondo e ultimo (per ora) album, Earthbeat, si è aggiunto Lorenzo Badioli (synth/atmosfera). Prima del live, mi dirigo verso il Controsenso per intervistarli: ci accomodiamo in una sala prove, per terra, in cerchio, e cominciamo a chiacchierare. "Oltre a dedicarci alla Musica, frequentiamo l'Università, e non è semplice riuscire a far combaciare tutto", mi dice Costanza. "Io sono fuori corso, l'Università un po' ne ha subito. Sarà anche il fatto che non mi piaccia tanto il corso che ho scelto, quello di Lettere Moderne. Non era proprio quello che mi aspettavo, e di conseguenza non è diventato neanche la mia priorità, cosa che invece è la Musica".
(Foto di Angelica Gallorini)


Quattro anni di Be Forest: quali sono stati i cambiamenti?
Erica: Intanto siamo diventati in quattro! Siamo maggiorenni, ci conosciamo meglio.
Costanza: Siamo cresciuti. È naturale che dopo un lungo periodo le cose cambino, insieme ai gusti e gli ascolti, quindi automaticamente anche il tuo modo di fare musica subisce una trasformazione, ben venga.
Nicola: Poi sono successe delle cose che ci han cambiato la vita, tipo incidenti strani, come quello bello grosso che ho fatto tornando da una data a Padova con i Brothers in Law, un po' mi ha segnato. Stavamo attraversando una fase di distrazione in quel momento preciso lì.

Come anticipato già da Erica, alla formazione si è aggiunto un quarto componente, Lorenzo Badioli: com'è successo?
Nicola: Qualche anno fa, uno o due, Lorenzo ci ha fatto un remix di Florence, singolo tratto da Cold, che abbiamo apprezzato molto: è stato il remix che ci è piaciuto di più. Lo conoscevamo già, ci piaceva...
Erica: ...Ha la sala prove accanto alla nostra, l'abbiamo preso proprio al volo!
Nicola: Poi comunque avevamo bisogno di cambiare alcuni aspetti nel nostro sound e ci sembrava giusto chiamarlo visto che si è subito offerto positivamente ed è stato presente fin dall'inizio.
Costanza: Abbiamo poi riarrangiato con Lorenzo i pezzi vecchi - non tutti, abbiamo fatto una cernita - che suoniamo adesso in concerto, riadattandoli allo stile del nuovo album senza però stravolgerli.


Quella di stasera è la prima di tante dare del vostro tour che vi porterà a suonare, Italia a parte, in Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Francia e Slovacchia. Emozionati? Siete pronti per questa nuova esperienza? Cosa vi aspettate?

Costanza: Eh, siamo un po' agitati, però è un agitato buono, sì.
Nicola: Aspettare, non ci aspettiamo niente: chi vivrà vedrà! Speriamo che vadano bene le date, speriamo che vada bene tutto!
Costanza: Abbiamo fatto due tipologie di tour: nella prima parte eravamo da soli e ce la siamo vissuta in maniera un pochino grezza, e sì, è stato bello. Nella seconda parte, invece, seguivamo i Japandroids, facendo loro da gruppo spalla, ed era completamente differente: i locali in primis lo erano, come le persone. Adesso che dobbiamo riaffrontare il tutto da soli, speriamo che vada bene e che ci sia risposta anche dall'Estero.

Dite che "Pesaro non è una città per giovani, i locale dove suonare sono sempre meno, soprattutto in inverno". Quale città/realtà immaginate sia più proficua sotto questo aspetto?Nicola: Forse a livello di locali, così a freddo, mi viene da dire Bologna, l'Emilia Romagna in generale, col Covo, il Lokomotiv e il Mattatoio; poi ci sono un sacco di festival e di iniziative.


Se Cold è attraversato da venti del Nord e sonorità sì profonde ma graffianti, con Earthbeat l'atmosfera si fa più morbida, fluida, sognante, esotica. Com'è nato questo vostro ultimo album?
Costanza: Prima di iniziare un lavoro ci focalizziamo su un'idea e un'immagine. Quello che volevamo dire con Cold è stato creato dal nostro focalizzarci su un luogo freddo e un po' mistico, e da qui sono cominciate a nascere le canzoni. Con questo album ci siamo incentrati su un altro territorio, quello nativo americano, molto attaccato alla terra, ai rituali, caratterizzato da climi caldi e toni tribali. Prendendo in considerazione questi elementi, si sono sviluppati in seguito i pezzi.

Ho notato questa differenza anche nelle rispettive cover dei due album: la prima caratterizzata da colori freddi, la seconda si perde in un deserto di toni caldi (l'elemento che rimane, seppur cambiando, è una figura umana poco definita). Chi si è occupato del tutto?Costanza: È l'evoluzione, lo spostamento da un luogo a un altro.
Nicola: Per quanto riguarda il primo lavoro, siamo andati insieme a un nostro amico di Senigallia a fare delle foto in un parco a Pesaro, in compagnia di una nostra amica. A livello grafico ci ha pensato un altro ragazzo di Faenza, aggiungendo per esempio il dettaglio dei tre triangoli.
Costanza: Per Earthbeat eravamo alla ricerca di un'ispirazione per la futura copertina, e girando tra diversi siti di fotografia ci siamo imbattuti in questa foto qua che ci ha ricordato molto quella di Cold, solo in un contesto diverso. Abbiamo chiesto alla ragazza owner francese - di cui ora non mi ricordo il nome - di poterci prestare la foto e poi ci abbiamo lavorato su. Ci piace molto curare anche l'aspetto estetico.

Passiamo ora all'indianeggiante Captured Heart, primo singolo di Earthbeat: perché avete scelto proprio questa canzone?
Costanza: Tra tutte era quella che poteva fare da tramite tra il primo e il secondo album. C'è il cambiamento, ma mantiene ancora un qualcosa del precedente lavoro. Prima di stravolgere completamente l'ascolto, abbiamo cercato di focalizzarci sulla canzone che poteva fare da filo conduttore e riassunto dell'album.
Nicola: È stato anche il primo pezzo che abbiamo scritto. Ci sembrava giusto così.


E riguardo il piacevolissimo video che è stato girato cosa mi dite?
Costanza: È tutto merito di Erica e del bassista, nuovo elemento dei Brothers in Law! Lavoro di famiglia.
Erica: Sì! I ragazzi presenti nel video sono tutti di Pesaro, tranne una ragazza. L'idea era quella di fare un video che parlasse per immagini, quindi che non avesse una storia di fondo, senza voler dare una continuità forzata. Si tratta di un gruppo di amici che si ritrovano e passano del tempo insieme, giocano, è una cosa molto tranquilla. Se dai una storia è come se tu dessi un'altra canzone. O segui il filo della canzone, oppure dai un'idea generale.
Nicola: Era il video che doveva accompagnare il pezzo, non il contrario, quindi ci è sembrato giusto agire in questo modo, non raccontare una storia ma lavorare attraverso le immagini che stavano bene con la musica.

Ci sono dei momenti in particolare in cui siete più ispirati nel comporre oppure accade tutto all'improvviso, quando uno meno se lo aspetta?
Erica: Arrivi a un punto in cui ne senti la necessità di cambiare, di dire senza dire, perché alla fine parli col suono, presumendo che la Musica sia un linguaggio.
Nicola: A me succede dopo che sono stato via dall'Italia: quando torno da un viaggio sono sempre più ispirato. Probabilmente è il fatto che vedo, conosco nuovi posti, nuove realtà, che fanno scaturire in me idee su idee.
Costanza: Per me possono essere tantissimi i fattori scatenanti: un film che ho visto, un particolare, un dialogo, un libro, un quadro, una fotografia, un momento particolare della mia vita in cui sta succedendo qualcosa. Siccome alle volte non riesco ad esprimermi attraverso il normale linguaggio delle parole, cerco di buttare giù una canzone, una Musica che riesca ad esprimere i miei sentimenti.


Sei te, Costanza, ad occuparti dei testi quindi?
Costanza: In Earthbeat sì, me ne sono occupata io, in Cold eravamo io ed Erica a collaborare.

Chi eravate in una vita precedente? A quale realtà vi sarebbe piaciuto appartenere?
Nicola: Bella sta domanda!
Costanza: Sì, mi piace, tantissimo! Di solito mi faccio sempre un sacco di domande, ma questa qui non me l'ero mai posta, mannaggia!
Erica: Tu Costanza vorresti vivere nel mondo di Harry Potter.
Costanza: Sì, sarei stata una strega, sì. ("Spero Grifondoro", domando io "No, Serpeverde! Nel cuore", risponde). Forse mi sarebbe piaciuto vivere anche nella Londra nel periodo della Regina Elisabetta. Però mi sa che sarei stata fatta fuori. No scherzavo, niente vita da strega!
Nicola: A me è sempre piaciuto il Medioevo, forse per le favole, per i cavalieri, anche se non lo sarei mai stato visto il fisico gracilino che mi ritrovo.
Lorenzo: Hippie anni Settanta. A dodici anni ero un hippie, andavo in giro con le scarpe diverse. Vorrei vivermi Woodstock con le facoltà mentali giuste.
Erica: Io non lo so, sto bene nel 2014. Al massimo potrei essere nata cento anni prima con la consapevolezza che ho adesso, così farei un sacco di soldi con le scoperte!
Costanza: Trovato! Anni 20! ("A Parigi?" "Sì, a Parigi! Anni 20 a Parigi")


Sogni nel cassetto?
Nicola: A livello di gruppo penso che il sogno nel cassetto sia riuscire a campare con quello che facciamo.
Lorenzo: …Soddisfare il pubblico in primis.
Nicola: Sì, però anche se ci campi tanto male non è!
Erica: A livello individuale è essere felici con quello che si riesce ad avere, facendo quel che si sta facendo, e riuscire a raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti.
Costanza: Sì, essere a posto con se stessi è la cosa fondamentale.

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lunedì 3 marzo 2014

Brioscine appena sfornate: OvO

"Sono maiali. Noi non abbiamo suonato UNA nota di quel pezzo! Molti mi hanno addirittura chiesto "Ma come hai fatto a far quella voce?", ma io non c'entro proprio niente! Sono stati catturati i suoni nel momento in cui i maiali ricevono del cibo per nutrirsi. In teoria, è felicità. In pratica, viene percepito tutto il contrario, che trasmette un forte senso di devastazione."
La Stefania Pedretti - strumento vocale con chitarra degli OvO - che mi regala questa curiosità su Fame, undicesima e ultima traccia del nuovo album Abisso, è la stessa che, dopo un'oretta circa, sale sul palco del Controsenso accompagnata dal colossale Bruno Dorella alla batteria, pronta per affrontare - col sorriso stampato in faccia e una voglia assurda di suonare - quello che si rivelerà essere un live carichissimo e sentito. Prima del concerto di Venerdì 17 Gennaio, ho passato una piacevole oretta chiacchierando con loro in una sala prove del locale, uscendone poi contenta e soddisfatta. Le mie domande e le tante parole di risposta che fluttuavano nell'aria sono state riportate per iscritto per l'intervista che state per leggere. Cominciamo! (Foto di Angelica Gallorini)


OvO: cos'è, perché.
Stefania
: OvO è un po' un gioco linguistico, di parole: sarebbe semplicemente la parola "Nuovo", tagliata, con risultato "Ovo". L'abbiamo scelta quando io e Bruno avevamo deciso di fare un gruppo. Soprattutto per i nostri primi album eravamo soliti scegliere i titoli delle canzoni, o altro, a volte guardandoci intorno, nella stanza, prendendo spunto da libri vari. In quel caso, mentre discutevamo sulla scelta del nome, mi è caduto l'occhio sulla scritta "Nuovo", e quindi ho pensato a "Ovo". Pur trattandosi di tre lettere semplicissime, le sfumature che esse possono acquisire sono tante. "Ovo" sembra quasi la traduzione di "Uovo" in Portoghese, in Spagnolo, inoltre un Inglese riesce a pronunciarlo senza storpiarlo. Attira l'attenzione, ti rimane in testa, e si tratta di un nome palindromo, ovvero che può essere letto sia da sinistra verso destra, che da destra verso sinistra. In più, nel tempo ha avuto anche uno sviluppo estetico, grafico.
Bruno: Sì: col passare degli anni, nei vari volantini che ci hanno fatto, è diventato una faccia, un gufo, due persone che si tengono per mano, una bicicletta. Può trasformarsi in tante cose.

Quando e in che modo vi siete avvicinati alla Musica?
Bruno: Molto diversamente, apparteniamo a mondi del tutto differenti! Per quanto riguarda me, a dodici anni avevo già deciso che avrei fatto il musicista nella vita. Ancora prima, mio cugino mi regalò una chitarra e una cassetta degli U2: la Musica era diventata l'unica cosa che potevo pensare di saper fare. Ho avuto tanti gruppi a partire già da quando ero ragazzino.
Stefania: Per me è nata prima la passione per la Musica, nel senso che ero un'ascoltatrice in primis e soprattutto una grande amante dei concerti, per poter vivere tutto live, fisicamente. La musicista che è in me è invece nata in seguito, negli anni Novanta, quando avevo venti anni. Ho iniziato a suonare con un gruppo di altre tre ragazze con le quali gestivo un centro sociale: avevamo sempre gli strumenti a portata di mano, e abbiamo deciso così di cominciare a suonare. Poi ho iniziato con gli OvO, e con i miei progetti da solista.


Come nascono i vostri pezzi? Cosa ricercate e privilegiate maggiormente nel suono? 
Bruno: Suoniamo insieme da quattordici anni, e musicalmente ci conosciamo molto bene a vicenda: quando uno inizia a suonare qualcosa, l'altro lo segue quasi a ruota. Spesso si parte da un ritmo, da un tempo, piuttosto che da un riff, anche perché abbiamo entrambi la caratteristica di ascoltare un po' di tutto, con la consapevolezza che poi questo "tutto", una volta passato per il frullatore OvO, diventi un qualcosa di più. Che so, facciamo un pezzo Stoner-Rock: io penso al Rock, Stefania ci applica il suo stile, ed ecco che il "tutto" si trasforma personalizzandosi. A volte partiamo anche da dei canovacci ritmici semplici, quasi standard, che però risultano completamente diversi quando siamo noi a risuonarli. Di solito, il "tutto" nasce da un pattern ritmico su cui Stefania poi suona e canta. Il suo aspetto eccezionale è l'improvvisazione iniziale su un pezzo che poi però rimane sempre tale e quale. Quando disegna, vede già l'immagine sul foglio bianco. Quando suona, sente un ritmo, crea di conseguenza una melodia e, senza registrarla, è capace di riprodurla anche dopo sei mesi in modo identico.

In che lingua canti, Stefania?
Stefania: Nella mia, fatta di suoni. Non uso parole, uso note. Per ricreare i pezzi, devo riascoltarmi i dischi, dall'inizio alla fine, e capire cosa ho fatto. Come una persona che deve tradurre un testo che non conosce. La mia voce è come se fosse un vero e proprio strumento: in automatico, si accorda con la tonalità del suono che percepisce. Fa strano a dirsi, ma è proprio così! Ha un'identità sua. Ora riesco a domarla un po' di più, ma alcune volte ha lei la meglio: se la stanza suona diversa, con sfumature più brillanti o no, l'intonazione cambia.


Definitemi Abisso.
Bruno: È la condizione in cui ci siamo trovati senza saperlo prima. Ce ne siamo resi conto quando eravamo già sprofondati (ride). No, è vero. Con questo album abbiamo sì sperimentato più ricchezza nel suono, approfondito più cose, messo fine alla fase minimale, però ad un certo punto ho vissuto l'esperienza Abisso come sprofondamento verticale in basso, ma potevamo interpretarlo anche come baratro dall'alto. Ci siamo ritrovati a lavorare su del materiale che ci stava sfuggendo di mano in un certo senso, ma in un modo che a noi piaceva. Avevamo capito che stava vedendo fuori una cosa che o ci avrebbe distrutto, o portato ad un altro livello. Mi rendo conto che sia un po' difficile da spiegare, però mi sono sentito davvero così. Mi ricordo benissimo il momento in cui in macchina, tornando dalla registrazione delle demo, parlavo con Stefania "Questo disco qua è un Abisso. Ci stiamo infognando in qualcosa di bello, anche se adesso non sappiamo se, e come ne usciremo". È una sensazione molto precisa.
Stefania: Ci ha proprio rivoluzionati. A volte ha preso un po' le redini anche lui. Fa strano, normalmente i musicisti non parlando del disco come se fosse un essere esterno. Ci chiedevamo "Ma noi riusciremo a portarla dal vivo questa roba?". È un concetto molto astratto da spiegare, anche perché adesso che ascolto il disco è tutto easy. Quando le persone percepiscono la nostra Musica vedono le tenebre e l'oscuro come una cosa negativa, ma non è così, non sono negative. È fare altro, sperimentare. Non credo nella luce, non credo nelle tenebre, penso all'oscuro in positivo. Andare nell'Abisso, avere una conoscenza più profonda di noi. A noi piace metterci in discussione, metterci alla prova. Questo disco è Oceano. Ecco, Abisso è Oceano con i suoi mille significati.

Cosa vi ha portato ad affrontare il cambiamento estetico nel togliere le maschere, dopo tredici anni? C'è stato un motivo in particolare? 
Bruno: Ci abbiamo messo un anno a decidere, non è stato per niente semplice, e non lo è tuttora. L'idea era partita da me: a volte ero a disagio con la maschera perché sentivo che, con questo nuovo disco, si stava verificando un cambiamento a livello compositivo. Avevo capito che molte persone si fermavano all'impatto dello spettacolo live: "Vado a vedere gli OvO perché la Musica sarà altissima, spaccherà, sarà un delirio, e poi ci son questi con le maschere". Volevo staccarmi da questo aspetto perché la gente ascoltasse solo la Musica, senza porre attenzione ad altro. All'inizio Stefania non era d'accordo (conta che sull'aspetto estetico l'ultima parola è la sua), ma piano piano siamo riusciti a trovare delle motivazioni comuni. Adesso che le abbiamo tolte sono io - proprio io che avevo proposto il cambiamento - a rendermi conto di essere in difficoltà! Stefania, invece, sta benissimo, ed ha anche guadagnato molto a livello estetico. Live, quando non sono tranquillo, di solito tengo la maschera e la tolgo dopo il primo pezzo, per attutire il tutto. Queste maschere ci hanno accompagnati per tredici anni, fanno parte della nostra storia.
Stefania: Portare una maschera può significare tante cose. Quando sali sul palco e sei in una situazione di disagio, la maschera ti permette di nasconderti dagli sguardi delle persone, ponendo un distacco.


L'estetica, l'aspetto scenografico, le atmosfere che vi caratterizzano come gruppo si sposano perfettamente con la Musica che suonate: questa vostra idea di sperimentare è nata istintivamente al progetto oppure ha visto la luce in un secondo tempo, dopo qualche live?
Stefania: È nata insieme al progetto. L'esperienza a 360 gradi del live è un percorso, come accade nel teatro giapponese: prima del concerto c'è chi scrive le scalette, noi ci incontriamo, ci cambiamo e già in quel momento inizia l'avventura; entriamo nel nostro mondo, focalizzandoci solo sul concerto. Tutto il resto scompare. Nel corso degli anni, il gruppo ha vissuto più "realtà": all'inizio OvO era completamente improvvisato, e Bruno ed io, durante il primo tour, suonavamo entrambi la chitarra, non c'era batteria. Ogni concerto vedeva noi due alla "base" con altre persone che suonavano con noi. Anarchia totale da gruppo aperto, e ogni sera si creava qualcosa di diverso e irripetibile. Dal 2002 abbiamo optato per il duo only ed è cambiato tutto.

Oltre al progetto OvO, ne portate avanti altri individualmente (Bruno Dorella con i Bachi da Pietra, e Stefania Pedretti con Allun e ?Alos. Questi mondi si influenzano anche minimamente oppure sono distaccati l'uno dall'altro?
 Bruno: Per quanto mi riguarda, si influenzano per contrasto: la cosa che più è importante per me è che tutti i progetti siano molto diversi fra loro. Cerco addirittura di suonare strumenti diversi: nei Ronin suono la chitarra, per esempio. Prima i Bachi da Pietra erano una cosa molto, molto diversa dagli OvO, con l'ultimo disco, più Rock, il mio modo di suonare la batteria si era avvicinato troppo per i miei gusti a quello degli OvO, nonostante fosse comunque piuttosto diverso. Per questo motivo, con l'ultimo disco degli OvO ho voluto creare un nuovo set, passando anche un po' all'Elettronica. Non accetto di avere gruppi che siano anche lontanamente simili, e non sopporto i musicisti che si ripropongono in eterno con più pseudonimi per poi fare sempre le stesse identiche cose. Diciamo che l'unica influenza comune è quella di cercare di non fare quello che faccio con gli altri gruppi.
Stefania: Con le Allun era proprio un'altra storia, un mondo a sé: non penso che possa esistere un gruppo simile. Le origini di ?Alos, invece, sono molto diverse da quelle degli OvO: cucinavo. Nei primi live che facevo cucinavo sul palco. Nell'ultimo periodo di ?Alos possono esserci più punti in comune con gli OvO. La fondamentale differenza di questo mio progetto è che parte da un concetto che sto sviluppando, con un approccio più artistico. Ho un immaginario che voglio sviluppare a livello sociale, che tocca altri aspetti. Quando sono da sola, in me si scatena il lato "selvaggio" che Bruno tiene a freno. Il mio modo di suonare, a differenza del suo, è molto più istintivo. Siamo complementari.


Stefania, mi incuriosisce tanto il tuo enorme plettro di vetro. Come ti è venuta in mente questa idea?

Stefania: Reminiscenze dalle Allun, quando usavo tantissimi oggetti per suonare la chitarra. Il plettro di vetro, che uso ormai da quattro o cinque anni, è introvabile in Italia: è un qualcosa che utilizzano nelle scuole a Berlino (venduto ovunque in Germania) e che assomiglia a una squadra, che però serve a misurare le parabole. Ecco sì, uso proprio lui. E ogni volta che vado in Germania faccio la scorta!

Ho già posto tempo da ad un altro gruppo la domanda che sto per farvi, in questo caso mi ripeto perché mi farebbe piacere sapere qual è la vostra opinione a riguardo. Ho sempre creduto che la Musica non bisogna saperla, bensì viverla: ben venga l'apprendimento e il perfezionamento, ma il punto fondamentale è riuscire a sentirla dentro di sé, come se fosse un qualcosa di innato. Cosa ne pensate?
 Bruno: Per essere così, deve essere così: devi avere la fortuna di averla veramente dentro, la Musica. Tutti devono avere il diritto di suonare: è bello che ci siano gruppi che non sanno fare niente e suonano lo stesso, com'è altrettanto bello che ci sia il super esecutore galattico che sa fare qualsiasi cosa. Il talento innato è fondamentale: se lo possiedi, sei fortunato, però lo si può anche acquisire, tramite l'esperienza e lo studio. Quando il talento è reale, e si è liberi di esprimere quello che si vuole comunicare senza rientrare negli schemi, è una grande bella cosa.
Stefania: Nei bambini questa pratica è innatissima e con la costruzione della propria conoscenza, con la scuola e tutto il resto, può essere raffinata (se desideri davvero suonare), oppure allontanata, spesso e volentieri - non a caso in Italia il problema è che l'Arte non ti dà da mangiare, e questo vale sia per la Musica che per il Disegno, doti che probabilmente avrebbero più persone se solo non venissero rimosse per un motivo o per un altro.



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lunedì 10 febbraio 2014

Brioscine appena sfornate: Go!Zilla

Dalla Francia fino in Messico, quanto è bello suonare all'estero. Dopo i consensi ricevuti dal loro recente esordio per Black Candy Records, Grabbing a Crocodile, e dopo l’ingresso nella band di Mattia Biagiotti come seconda chitarra, i Go!Zilla sono partiti per un nuovo tour europeo: ventuno concerti tra Svizzera, Germania, Belgio, Olanda e Francia che vanno a sommarsi alle oltre cento date fuori dall'Italia già realizzate negli ultimi due anni. La presenza della band è stata inoltre confermata per i festival estivi francesi Cosmic Trip e Binic Festival. La prossima uscita dei Go!Zilla sarà un Ep per BeastRecords (FR) la cui pubblicazione è prevista per aprile 2014. Più o meno nello stesso periodo, a inizio primavera, la band toscana tornerà sui palchi italiani per un’altra serie di concerti lungo tutta la penisola. Abbiamo intervistato Luca Landi, frontman e manager del gruppo.

Grande accoglienza per l'album Grabbing a crocodile, uscito per Black Candy Records, è stato davvero un esordio bomba! Come ci siete riusciti? Avete fatto un lungo lavoro prima o è stato un lancio riuscito alla perfezione?
Diciamo che è l'esordio full length, il caro vecchio long playing. Grabbing a crocodile è stato un album che ci ha fatto soffrire. Siamo usciti prima con un ep di un'etichetta di Prato che portiamo nel cuore perché sono stai i primi ad aver creduto in noi, la SantaValvola Records. Poi un piccolo cambio di formazione e via in tournée: così Grabbing a crocodile l'abbiamo scritto sul campo, durante concerti fatti in Italia ma anche in Europa, e anche i testi si basano molto sulle nostre esperienze on the road. Dopo, s'è fatta viva la Black Candy Records, e se conoscete Leonardo Giacomelli sapete che non l'abbiamo cercato noi, e con nostra grande gioia ci hanno preso nel loro roster. E adesso ripartiamo per l'Europa. Anche la critica è stata dalla nostra parte, ed è stata una bella sorpresa essere citati tra i dischi più belli dell'anno che si è appena chiuso, anche perché non è certo semplice riuscire ad emergere nel panorama indipendente italiano, che ci sta ripagando anche con più lentezza rispetto a quello che succede all'estero.


Appunto. State per partire per un nuovo tour europeo. C'è differenza tra suonare da noi e dai nostri vicini d'Europa?
Il primo giro all'estero ce lo siamo fatti nel novembre 2012, ma a livello di pubblico già le date del primo tour europeo hanno pagato più che in Italia. E' uscita recentemente una polemica che lamentava il fatto che i gruppi italiani amano andare all'estero e poi suonano gratis e davanti a poche persone. No. Stiamo attenti a ciò che si dice, perché è vero il contrario. All'estero è bello suonare e ci si diverte di più perché c'è una coscienza diversa rispetto alla musica, c'è più interesse e curiosità anche nei confronti di una band che non si conosce, e si paga il biglietto senza lamentarsi, per andarla a sentire. Prendiamo la Francia, dove abbiamo avuto ottimi predecessori come i Mojomatics e i Movie Star Junkies: lì la musica rock si avvicina di più alla musica commerciale, mentre in Italia va più il cantautorato alla Brunori Sas o Dente, che infatti hanno suscitato l'interesse delle major. Inoltre in Italia mancano anche i grandi festival, dopo la decadenza dell'Arezzo Wave.

State preparando un ep che uscirà per la BeastRecords che è un'etichetta francese. Che cosa sarà? Uscirà anche in Italia?
La BeastRecords, vista la mole di date che abbiamo fatto in Francia, pubblicherà un nostro disco che sarà un ibrido: ci saranno alcuni brani di Grabbing a crocodile, e inediti solo per il mercato francese, dove il disco uscirà anche su vinile. In Italia, probabilmente, uscirà in formato digitale.


Ormai siete alla conquista del mercato discografico d'oltralpe. Parteciperete anche a due importanti festival in Francia.
I francesi adorano la cultura e la musica italiana. C'è anche più collaborazione tra i club, che in qualche modo si passano parola. E poi ci sono gran bei festival affollati, come il Rock en Seine, ma anche i festival underground in Francia raggiungono le 15-16 mila presenze. Un miraggio per quelli italiani, che sono belli ma non superano mai il migliaio. Il francese Binic Festival, ad esempio, è un festival gratuito e internazionale molto frequentato, al quale siamo felici di partecipare, i primi del prossimo agosto.

Infine. Tornerete dal tour europeo a febbraio e partirete per un tour italiano. Subito o per l'estate?
L'ultima data europea è a Marsiglia il 22 febbraio. A marzo faremo concerti sia Italia che in Germania, ad aprile un festival in Spagna e altre date italiane, e a maggio, il 17, saremo ospiti ad un festival in Messico, il Marvin.

Come l'avete trovato?
Guarda, ho ricevuto una mail alle 4 di notte, e leggo il mittente: Roberto Gonzales. Era l'invito a Città del Messico. Avevamo inviato una richiesta, e ci hanno chiamato subito. Ovviamente, voliamo. E ne approfittiamo anche per girare un po' i sobborghi messicani!

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lunedì 11 novembre 2013

Brioscine appena sfornate: M+ A

A contrastare il grigiore del secondo lunedì di Novembre ci pensano M+A. Michele Ducci e Alesasandro Degli Angioli rispondono a delle lunghe domande circa il loro percorso, musicale e non, con un'immediatezza che infonde sicurezza. L'essere prolissi non appartiene al loro spirito, eppure il sound  che li contraddistingue è fiorito e con mille sfumature. Piumaggi colorati versus il cielo di novembre. Enjoy!


Ciao ragazzi. Iniziamo dalla fine, avete appena concluso un tour per presentare il vostro ultimo album These Days. Avete girato un bel po', com'è andata?
Molto bene, non ce l’aspettavamo, è stato tutto molto bello.

Adesso siete seguiti da un'etichetta londinese, la Monotreme Records. Si tratta di una scelta ponderata o un'insieme di casualità non del tutto casuali hanno agevolato questa collaborazione?
Lavoriamo con Monotreme da quasi due anni ormai, dall’uscita di Things.Yes nel 2011. E’ stata sia una scelta ponderata che un insieme di casualità.

All'etichetta londinese si aggiungono una serie di interventi. Dal Producer Sound and Mastering Engineer Andrea Suriani, a Foolica società di management e ancora la presenza di Marco Frattini drummer e percussionista. Non siete più solo voi due nelle vostre camere, ma siete voi due che comunicano lontani a cui si aggiungono una serie di collaborazioni. Cosa ha cambiato tutto questo nell'approccio alla creazione?
In realtà è stato così fin dall’inizio. Non siamo mai stati solo noi due. Il primo lavoro che abbiamo fatto, come am -Soundtrack- aveva diverse collaborazioni, amici che venivano a suonare qualcosa eccetera. Diciamo che oltre al fatto tecnico, c’è anche un problema di sopravvivenza: lasciare che altri manipolino quel che scriviamo è l’unico modo per poter ascoltare quel che facciamo come se non fosse nostro, per non rompere del tutto l’illusione che tiene compatta una canzone, che da vicino è solo un insetto, da lontano è una libellula: qualcosa di esterno viene messo all’interno e noi possiamo ascoltare ogni tanto le nostre canzoni.


Si è parlato di ritorno al Pop, personalmente ho percepito piuttosto la vostra capacità di trasformare il noto in mai ascoltato, come se aveste posto una sorta di filtro dai mille colori alla musica che vi "tormenta". Che ne pensate?
Ritorno al pop non lo so, le invenzioni di un’epoca, su un’ epoca, sono spesso bizzarre. Diciamola così: quel che abbiamo sempre cercato di fare è, più o meno, indagare ciò che di ovvio è presupposto da ogni canzone, convinti che in quell’ovvio, in quel noto, ci fosse lo sconosciuto della canzone.

É esatto paragonare in qualche modo il vostro metodo alla scrittura automatica, una sorta di rifiuto della tecnica di favore di un' improvvisazione libera da codici e cliché?
Per quanto riguarda l’approccio ai testi sì, anche se lo sfondo è il jazz, ma sì, c’è anche un po’ di quello. Non volevamo scrivere testi - la parte testuale, presa singolarmente, non era il nucleo fondamentale del progetto - e tutto sommato i testi sono effettivamente lasciati a se stessi, scritti da nessuno. Per quanto riguarda l’approccio alla musica no, invece. Siamo estremamente rigorosi, storici, e legati a tutti i codici e cliché possibili: ce ne facciamo carico. E questo ci piace.

In These Days mi sembra ci sia una sorta di coerenza melodica, oltre che d'atmosfera, che in Things.Yes non era possibile cogliere, non così facilmente. Che ne pensate? Attribuite la coerenza ad una maturità?
Forse sono i pezzi stessi che richiedono coerenza ed incoerenza, a seconda dei casi. Non lo so, è difficile rispondere.

Sono particolarmente interessata alla componente delle voci campionate, al concetto di elettronica sbagliata, ai brani pieni di sampling. Le leggo come intrusioni vicine ad un mondo interiore, tutto di pancia. Registrazioni dalla vostra realtà, voci, rumori, cigolii di porte erano presenti ovunque in Things. Yes., nell'ultimo album tutto ciò è meno presente. C'è una spiegazione?
No. Anche in questi caso erano e sono i pezzi a richiedere determinate cose. Diciamo che in Things.Yes erano modi per rompere e tenere mobile brani che erano già rotti e mobili, si trattava solo di dare loro il vestito che volevano. Ascoltavamo molto Kim Hiorthøy, anche.


Mi soffermo sulla componente grafica che è fondamentale nel vostro lavoro, è come se lo espandesse. Probabilmente il suono senza supporto visivo cartaceo grafico e illustrativo non esisterebbe, sembra vengano concepiti nel medesimo istante. Come avviene la scelta di una specifica identità visuale?
Non lo so, la cosa sonora è complessa, non si ascolta e basta, si vede, anche, ed ha dentro di sé un supporto visivo, a prescindere dalla grafica o da altro. Questa attenzione per l’aspetto grafico è nata spontaneamente (ed inevitabilmente direi, visto che Alessandro è grafico). Non si tratta di dare un’immagine ai suoni, un’immagine che già hanno, si tratta di far incarnare l’immagine dei suoni. Ci piace fare queste cose, come ci piace fare musica.

Riguardo invece un mood, un' atmosfera, i due album partono certamente da un percorso che li lega, allo stesso tempo sembrano quasi opporsi. Dai fiordi della Norvegia, ai cuori rossi quasi tratteggiati in cui su cui cadono gocce di pioggia, disegnati apparentemente dalla mano di un bambino, siete passati a piumaggi coloratissimi di pappagalli carioca o fenicotteri rosa. Dalla neve al sole che scotta. L'Esotismo nell'arte trova il suo apice dopo il Romanticismo, a me sembra per voi sia avvenuta un po' la stessa cosa. Spieghereste in che modo è avvenuto questo cambiamento?
Dico la prima cosa che mi viene in mente dicendo che è un po’ una questione di sguardo e di paesaggio, di pura geografia: dal mediterraneo guardavamo la Norvegia e dalla Norvegia abbiamo guardato il mediterraneo: la musica è la mappa che ci ha fatto orientare. Siamo sprofondati dentro le cose e abbiamo preso determinati colori.

Ultima domanda e poi la smetto. State preparando il live di dicembre? Ci saranno delle novità?
Delle piante, molte piante.

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lunedì 14 ottobre 2013

Brioscine appena sfornate: After Crash

Abbiamo imparato a conoscerli sin dal loro esordio con The Westbourne Terrace Ep, ci siamo affezionati subito alla loro musica e ad apprezzarli per la loro capacità di rinnovarsi ogni volta, senza mai tradire le proprie radici. Questo lunedì a chiacchierare con noi una tra le band più giovani e interessanti dello scenario elettronico italiano. Loro sono Nicola e Cesco, aka After Crash, e l'intervista qui di seguito è un'occasione per approfondire ulteriormente la loro conoscenza. E allora, servitevene pure!



Partiamo dalla fine, avete recentemente pubblicato il vostro terzo Ep. Scenes from an ideal marriage è composto da soli due brani, sufficienti tuttavia a capire che rispetto ai lavori precedenti c’è stato un cambio di rotta; l’introduzione della voce femminile in primis e una compostezza melodica più incisiva e sicura poi. È stato un rinnovamento premeditato oppure è avvenuto tutto in maniera naturale e spontanea?
Cesco: È una domanda che ci hanno posto già diverse volte. Lo so che può suonare scontato o prevedibile, ma non c’è mai niente di premeditato quando iniziamo a comporre, e soprattutto ad arrangiare la canzone, ovvero quando si dà al pezzo la veste che le fa assumere un determinato carattere. Avviene tutto durante il processo intero di gestazione, mai prima. Non ho ricordi di fasi di produzione o pre-produzione dove io e Nico ci diciamo "bene, questo è un pezzo alla ‘pinco pallino’ quindi cerchiamo di farlo suonare cosi", avviene sempre tutto nella maniera più spontanea e naturale possibile. Mi sembra chiaro ad ogni modo, che riversiamo nel nostro “modus operandi” tutte le influenze e le idee di cui ci nutriamo giornalmente, a volte in maniera inconscia, altre volte sicuramente in maniera più consapevole.
In molti ci hanno fatto notare il “cambio di direzione” dell’ultimo lavoro, solo che per noi il processo è stato così naturale e così assolutamente non pre-pianificato, che ci suona sempre molto strano da sentire! E’ normale per un artista essere sempre in continuo movimento nello sviluppare pensieri e idee da riversare nella propria musica: se ora dovessimo ri-arrangiare quegli stessi due pezzi, li faremmo sicuramente diversi. Per noi sarebbe estremamente inconcepibile il contrario.

Suonate insieme oramai da diversi anni, ed è chiaro che alla base ci sia una sintonia , oserei dire, quasi magica. Da quanto vi conoscete e cosa avete imparato l’uno dall'altro in tutto questo tempo?
Nico: Ci siamo conosciuti in prima liceo (era il lontano 2003…), io ero compagno di classe della sue ex fidanzata e un giorno, durante l'intervallo, lei ci presentò. Abbiamo iniziato a suonare assieme nel 2005. Cesco abitava vicino alla stazione di Bologna e possedeva una cantina insonorizzata con tutta la roba per suonare. Trascorrevamo pomeriggi interi suonando io con il basso e lui con la batteria: quella diciamo fu la genesi di After Crash. Sicuramente la convivenza in Inghilterra dopo il 2008 è servita e ha contribuito soprattutto nel conoscersi meglio: le frasi da non dire, le domande da non chiedere in situazioni non opportune e comprendere quando lasciarsi stare.



Tutti e tre gli Ep sono caratterizzati da toni dinamici e ritmi coinvolgenti. Quanto è difficile, se lo è, rendere dal vivo i vostri brani? Avete mai pensato di integrare le esibizioni con un live drummer?
Cesco: Partiamo dal presupposto che io e Nicola nasciamo rispettivamente come batterista e bassista. Il progetto After Crash nacque inizialmente dalla curiosità e dalla forte amicizia di due ragazzi liceali che oltre a militare in band della scuola dedite al punk e al crossover, a tempo perso, hanno iniziato a sperimentare con la musica elettronica. Il progetto è la somma di tanti fattori, quello principale forse la convivenza degli ultimi 6 anni. Questo lascia intendere chiaramente la dimensione “casalinga” che ha il nostro progetto. Proprio per questo – almeno per il momento – non siamo mai stati un gruppo che “fa le prove per il concerto” o ha un’ assidua attività live. Io e Nicola adoriamo sederci in studio, produrre, passare ore ed ore solo per trovare il suono giusto anche del minimo dettaglio, consumare sigarette su sigarette e filosofeggiare sul brano in sè. I nostri dischi quindi non nascono con l’ intento di essere riprodotti live, e questo penso lo si possa evincere ascoltando I brani. Ci piace definirci produttori (nel caso specifico di After Crash) ancor prima che “performers”. Questo ci ha comportato non pochi problemi quando ci siamo ritrovati con delle date a mano e poco tempo per preparare un live decente. Siccome siamo contro le band che solo perché hanno il pretesto di usare il computer nelle loro performance, schiacciano “play” e mandano tutto in playback, ci ritroviamo sempre a dover riarrangiare I pezzi in modo da essere riproducibili dal vivo da sole due persone, pur mantenendo una sorta di forte credibilità. Fare un live per noi non ti dico che è come riscrivere un disco, ma quasi. Ora stiamo seriamente valutando di integrare la batteria – il mio primo, vero e unico amore – nei prossimi live. Questo però comporterà l’assenza di una chitarra, e il conseguente ri-arrangiamento di tutto, per l’ ennesima volta! Ci sarà da diventar scemi!


Come si svolge di norma il vostro lavoro per la composizione dei brani? Si tratta di un processo individuale o collettivo?
Nico: Solitamente il processo compositivo parte da un giro di chitarra o di piano che viene poi sviluppato in maniera integrale assieme. Ci soffermiamo molto sulla fase di arrangiamento ed è il periodo al quale entrambi diamo più importanza. Facciamo provini su provini fino a che non si decide la struttura per noi più consona. Il mixaggio, la fase di post produzione e il fatto che il tutto venga pensato a due teste e non singolarmente, porta ad un risultato finale più complesso e non unilaterale, come sarebbe invece se fosse fatto da un singolo individuo.

Quali sono le sensazioni che il pubblico ha dopo le vostre performance visto che più volte avete ribadito l’importanza della comunicazione empatica nel rapporto tra artista e fan?
Cesco: Nei nostri live cerchiamo sempre di mescolare nella maniera più organica e fluida possibile vari generi di musica, che spaziano dal downtempo e dalla musica riflessiva, al più comunemente acclamato “4 to the floor” con pattern ritmici marcati e casse dritte. Ci piace pensare che la gente che viene a sentirci, in quei 40 minuti (durata soggetta a variazioni) possa trovarsi nel bel mezzo di un’ esperienza audio/visiva che conceda episodi emotivi, tanto quanto momenti più energetici dove tutto quello che conta è il ritmo e nient’ altro. Più di una volta a fine live, molta gente ci ha fatto notare con entusiasmo la propria reazione di piacevole sorpresa alla duplice natura dei nostri concerti. Questo per noi è il massimo, perché ci fa capire che tutto il duro lavoro, a volte, viene ripagato.
 

Avete entrambi dei progetti paralleli piuttosto ambiziosi. Potreste dirci qualcosa in più in merito?
Nico: Il mio progetto solista si chiama Everlasting Joy che a breve uscirà con un ep di 4 tracce per Museek Records, una coraggiosissima neo nata label di Modena fondata da Alberto Bello. È un progetto molto intimistico che tende a spaziare sia nella downtempo che nelle atmosfere soundscape tramite l'utilizzo di molti campionamenti di ambienti. Inoltre mi piace e mi diverte molto remixare brani di altri artisti e in cantiere ho dei RE-Work di Osc2x e What Contemporary Means.
Cesco: Il progetto che ho sempre portato avanti parallelamente a tutto quello che ho sempre fatto prende il nome di Comakid. Proprio perché è un progetto che concerne me medesimo e nessun’ altro, ho sempre sperimentato con esso qualsiasi singola idea senza nessun tipo di ostacolo concettuale o materiale. Oltre ai vari esperimenti o singoli pezzi / remix, ho fatto uscire una release sotto la mitica “Museek” di Alberto Bello composta da due singoli sullo stile downtempo e glitch e un concept album (autoprodotto) che racconta in musica con mia personale interpretazione, le inquietanti e dolci vicissitudini di un omicida giapponese. Sto al momento ultimando un secondo concept album prodotto solo ed esclusivamente con suoni campionati del mio corpo, più alcuni remix e collaborazioni.


Ritenete che la scelta di trasferirsi a Londra abbia giovato ai brani, e più in generale al vostro sound? Quali sono i pro e i contro di vivere in una delle città dell'avanguardia musicale europea?
Nico: Sicuramente se non avessimo abitato in Inghilterra non avremmo mai scritto i nostri ultimi due Ep. Ascoltiamo quotidianamente tantissima musica e il fatto di vivere in una grande metropoli ci permette di ascoltare, a parte quello elettronico, moltissimi altri generi (il che alla fine dei conti può sembrare anche un po troppo dispersivo). Le esperienze, le persone intorno a noi e soprattutto il luogo ha fortemente influenzato il nostro approccio compositivo. In italia torniamo sempre molto volentieri perché rimarrà sempre casa nostra e perché stiamo sempre bene. Ritengo che la qualità della scena più indipendente nostrana non debba assolutamente invidiare quella degli altri paesi europei. Ho trascorso le ultime estati in Italia e ho assistito a delle belle esibizioni e concerti del nostro panorama musicale. A mio parere forse l'unico fattore negativo è che in Italia ci sia una troppa tendenza a lamentarsi e ciò si manifesta sia nella musica e che nei testi. Il tema politica diventa predominante con un utilizzo forse un po troppo sconsiderato e come strumento ultimo per attirare le masse. Tutto questo però ritengo sia giustificato perché nel bel paese si sta peggio rispetto a certi altri paesi europei e le persone ne soffrono. Il nostro cantautore italiano preferito di sempre è Lucio Battisti, artista criticatissimo perché non prendeva posizione di schieramento ma che volutamente scriveva canzoni che esploravano i luoghi dell'anima.



Artisti e band che attualmente vi ispirano maggiormente?
Nico, Cesco: Le nostre influenze spaziano molto fra I vari generi, ti citiamo le più significative del momento: Boards of Canada, Flying Lotus, Prefuse 73, James Holden, Vittorio Sgarbi, John Hopkins, Telefon Tel Aviv, Matthew Herbert, Ennio Mrricone, Bjork, Gigi Marzullo.



Credete che la scelta di rendere disponibile il free download di tutti gli Ep sia stata propedeutica alla promozione e alla diffusione degli stessi? Ci sarà la possibilità di vedervi presto in Italia? E in UK?
Cesco: Non essendo assolutamente una band dal vasto seguito, abbiamo pensato che mettere tutti I nostri lavori in free download potesse facilitare la diffusione della nostra musica. A questo solitamente va abbinato un lavoro di marketing e promozione degno di nota, che per il momento però, a causa di alcuni fattori, non ha ancora avuto luogo. 
Nicola: Per quanto riguarda I live, invece, abbiamo notato che è sempre più difficile riuscire a trovare delle date soprattutto quando torniamo in Italia, e questo secondo noi dipende molto spesso dai meccanismi (caratterizzati da una forte forma di clientelismo) che governano le agenzie booking nel nostro paese. 
Cesco: In un’epoca come questa, dove la facilità estrema con cui chiunque può accedere alla musica, e quindi anche al “fare musica”, scaturisce la conseguente quantità smisurata di artisti e prodotti sempre nuovi, è sempre più difficile riuscire ad emergere e farsi notare. Un aumento di domanda comporta l’ inevitabile aumento di qualità dell’ offerta. Noi cerchiamo di tenere sempre bene a mente questo, perché siamo convinti che davvero, l'unico modo per riuscire a farcela, sia migliorare costantemente e con assiduità, la qualità del prodotto che offri.

Grazie mille per la bella chiacchierata e a presto ragazzi!
Ciao!

RecensioneFBTW
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