lunedì 5 dicembre 2011

Brioscine appena sfornate: 33ore

La brioscina di questo lunedì uggioso la sforna Marcello Petruzzi, aka 33ore. Ogni domanda ha la doppia risposta, quella della sera e quella del mattino, perchè la prospettiva cambia a seconda della quantità di sonno e di cornetti che si assume. Come una vera rockstar non usa il pigiama e fa colazione mentre, per la seconda volta, ci risponde la mattina seguente...

Per Marcello Petruzzi, nonostante sia già sbarcato su questi lidi, non avevamo mai fatto una presentazione ufficiale. Rimediamo adesso, facendo qualche domanda esistenziale direttamente a lui. Caro Marcello da dove vieni, cosa fai e dove vai?
RISPOSTA NOTTURNA. Sono nato a Taranto, una città dove la metallurgia ha avuto un peso pari a quello del monoteismo. C'era un fiume ancora quando i miei genitori erano giovani, il Galeso, noto anche ai cronisti che hanno lasciato testimonianze della Magna Grecia.
I miei genitori ci si tuffavano nelle belle giornate. Mio padre da giovane faceva il bagno anche nello stretto di mare che collega i famosi Due Mari della città. Io quel fiume non l'ho visto mai e sotto al Ponte Girevole dello stretto è impossibile calarsi in acqua.
A dodici o tredici anni mi sono trasferito a Livorno e da allora sono livornese, anche se fra tutte le caratteristiche di quella città ho fatto mia la spensieratezza irascibile, la più disponibile a contagiarmi con un senso di appartenenza a un luogo che in verità mancherà per sempre. Infatti pur abitando a Bologna da quasi venti anni con tutti i documenti necessari non sono di qui, pur conoscendola bene, pur avendola vomitata. Resto qui dove ho gli amici di oggi, i collaboratori e un amore sempre meno vago per la calma e il vivere.

RISPOSTA MATTUTINA. Durante questi anni ho fatto molte esperienze, ammirevoli o tragiche questo non conta, direi tutte positive se penso a cosa ne dovrò fare. Intanto non ho intenzione di fermare la musica perché mi sono appena ritrovato in una nuova verve, con nuovi stimoli, con una leggerezza nel suonare che durante i primi passi di 33 ore sinceramente avevo un po' smarrito. Secondo me stavo proprio andando in direzione di un cantautorato a conti fatti un po' tradizionale e per quanto lodevole possa essere, non è esattamente ciò che sta nelle mie corde.


Qualche settimana fa è uscito il tuo secondo disco, Ultimi errori del novecento. è stato "il più difficile nella tua carriera d'artista" oppure è stato partorito senza intoppi? Da cosa viene il titolo? C'è un filo conduttore che cuce insieme le canzoni?
RISPOSTA NOTTURNA. Dopo aver visualizzato il titolo avevo cominciato a inventarmi tanti errori. Anche se sembra difficile crederlo il titolo non vuole essere altisonante e pretenzioso. Nel senso che potrei elencare errori con un tono ironico, magari nascondendo perplessità più serie. Per me fondamentalmente la chiusura di questo disco è stata come consegnarsi ad una spensieratezza un po' vorace e un po' elegante insieme. La difficoltà nell'arrivare al termine del lavoro è dovuta all'errore di aver dato importanza ad una serie di circostanze tutte potenziali e a un modo di pubblicare i dischi che non hanno davvero più forza nei giorni nostri, e a ben vedere anche all'errore di aver voluto fare riferimento a figure dell'ambito musicale che non avrebbero mai dato frutti. Parlo proprio di dinamiche discografiche. A causa di ciò la produzione del disco ha subito un'interruzione in attesa di qualche evento che non si è verificato e il fare da sé ha avuto la meglio. Fare da sé poi significa ritrovare il supporto di persone come Garrincha Dischi che hanno deciso di accompagnarmi nella ripresa dei lavori, motivata da uno spirito sempre accurato ma davvero molto meno ansioso.

RISPOSTA MATTUTINA. Non ci sono stati particolari intoppi. E' successo che ad un certo punto, con un disco che reputavo concluso e pronto per essere pubblicato, mi sono messo a sondare la situazione e ho selezionato un po' di persone per le quali comunque avevo un interesse specifico. Inizialmente il disco si chiamava "Crudo". Da lì in poi sono passati dei mesi senza che mai prendessi la decisione di farlo uscire, contemporaneamente le situazioni cercate non davano alcun segno di vita. A quel punto è tornata di nuovo in scena la Garrincha che ha chiesto di rivedere alcune soluzioni del lavoro fatto in precedenza ed è stata la vera fortuna, perché nel frattempo io ero andato avanti specialmente nei concerti, trovando una modalità più libera nel cantare, nel suonare, nel recupero di un suono un po' oldie di matrice blues/rock'n'roll. C'è stato un lavoro rapido di scambio di canzoni in scaletta a favore di cose nuovissime e un miglioramento in altre. A quel punto però, mica potevo chiamarlo "Cotto", il disco...

Leggevo che Nick Cave per scrivere canzoni si è affittato un ufficio e ci va regolarmente dalle nove alle cinque, come fosse un lavoro d'ufficio. Com'è, invece, il tuo approccio alla scrittura? Cosa ti smuove e cosa vuoi smuovere quando scrivi?
RISPOSTA NOTTURNA. Tante volte mi fanno notare che spiego le cose in maniera ancora più ermetica, non lo considero un problema mio ma del tempo debosciato circostante. Perciò tutto quello che posso dire è che mi concentro su complessità oltre a quelle obiettive del mondo, cose di cui devo appropriarmi. Sono tantissime, difficile escluderne. L'ipocondria, la vanità, quell'anticaglia di parola che è la lussuria. Sotto il peso di un'osservazione capillare. L'importante per me è non dichiarare mai per esteso il significato, l'oggetto; sono di un'altra scuola rispetto allo sprofondamento nella descrizione precisa di fatti contemporanei subordinati al divertimento sociale, citati per nome cognome quartiere e casella email. Sono portato a rarefare gli argomenti, con la speranza che in un'epoca di altri quartieri o di nessun quartiere e senza predominanze tecnologiche né stilistiche né comportamentali, come ahime la corrente abitudine di autoelevarsi, autoquotarsi, attraverso il disprezzo di qualcun altro, ciò che ho osato dire venga sentito e filtrato da qualcuno nei suoi giorni, rarefatto com'è. Parole lontane in cui il senso è duraturo.
Ho per indole una passione-ossessione per la memoria e per le inquietudini che ho messo in tragitto sulla mia personalissima mappa del tesoro, e sono un'antenna per quelle degli altri. Giustamente però ho capito da tempo che non avrei dovuto esaurirmi in questi temi, e così non è stato. Spesso scrivo di cose che desidero, ma che al contempo non desidero avere. Certo non sono il più bravo ad evitarle, piuttosto mi struggo un giorno in più, senza però cedere continuamente al gusto di un'esistenza casuale. Imparo volentieri, invece, a misurare, anche se questo crea realtà non sempre soddisfacenti. MI appassiona la fisica quantistica.
In un ufficio tutto mio e utilizzato col proposito di scrivere non riuscirei facilmente a smuovere l'inventiva. Secondo me, Nick Cave ha accumulato moltissimo negli anni, storie e vissuto, e l'ufficio gli serve per non disperdere ulteriormente. Questa esigenza comincio a sentirla anche io.

RISPOSTA MATTUTINA. Stamattina trovo la domanda più difficile, un argomento su cui non mi sono ancora chiarito le idee. Prendo molti appunti quando le persone mi parlano, spesso mi devo fermare per segnarmi delle cose, perciò direi che scrivo in continuazione. Con le canzoni faccio in modo di accostare elementi senza seguire per forza un tema rigido. Come poi accadrebbe in un ufficio avrei bisogno - più che di una scrivania sempre in ordine - di un tempo dedicato interamente alla scrittura, in cui davvero consolidare gli stimoli raccolti in altri momenti e realizzarne un lavoro definito e organico. Io ci provo, vedremo che ne sarà.

Cosa è cambiato e come sei cambiato da "quando vieni"? C'è forse meno blues e più pop nel sound? Come ti influenza quello che ti circonda e cosa diresti ha influenzato il nuovo album? Puoi dire tutto o niente. Da un disco alla visione di bruno vespa in sogno, dalla de filippi al miglior libro che hai fagocitato negli ultimi tempi.
RISPOSTA NOTTURNA. Secondo me c'è molto più blues. La maggior parte delle canzoni sono aperte ad un fraseggio davvero più semplice. Per quanto riguarda i testi c'è meno indolenza, non è un cumulo di emozioni che si reputano lancinanti e importantissime. Non è l'esposizione di scritture ispiratissime e letargiche di chi tenta di darsi un tono introspettivo e si convince di avere la dote dello sguardo magnetico del grande poeta. Sull'influenza di ciò che mi circonda, per non ripetermi, dico che è comunque imprescindibile. Io sono sempre di più l'esterno e le persone che incontro. Voci non mie che ritrovo aggrappate alle labbra. E' divertente. Che poi solo una minima parte di suggestioni diventano canzoni, i "quaderni" sono gonfi di note ed appunti, se scoppiassero all'improvviso sarebbe un bel casino.

RISPOSTA MATTUTINA. Secondo me c'è molto meno pop. Tanto per chiarirci il destino. E' evidente che sono su una strada obliqua rispetto a quella dei cantautori odierni così riconosciuti. A furia di desiderare uno status quo molti si stanno adagiando nei coretti che il pubblico sostiene felice. A me i "lalalala" stanno pure parecchio sulle palle. Mi fanno pensare alla canzone del Capitan Uncino... di chi era? Questa dimensione di "successo" è volgare, suvvia. Sentirmi dare dello snob non mi preoccupa, il mio è un fare esagitato.
Non credo di manifestare lampanti ispirazioni all'olimpo del cantautorato italiano, cioè mi sembra si starci in misura parecchio ridotta nel fenomeno del revivalismo. Detto questo, non nego amori e punti di riferimento, che però sono principalmente stranieri.

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