venerdì 25 febbraio 2011

Live Report: Diaframma @ Vinile 45, Brescia, 19/02/11

Buon giorno a tutti, chi vi parla è mr_n che inaugura una serie di live repor, alla scoperta della musica che passa nei vostri ipod quotidianamente, ma nella sua dimensione analogica. Essendo un percorso, anche se non troppo programmato, mi sembrerebbe il minimo partire dalle origini. Parrebbe abbastanza banale come discorso, ma vi assicuro che è puro caso iniziare proprio con loro.
Nel lontano 1984 Steve Jobs presenta il primo mac, Al Bano e Romina vincono Sanremo, Maradona è al Napoli, muoiono Berlinguer e Indira Ghandi. Nel lontano 1984, dicevo, usciva Siberia, punto di partenza della scena Dark Wave italiana.


Vedere i Diaframma per la prima volta, ammetto che possa suscitare una certa emozione, anche fra i più scaltri, assennati e irriducibili amanti del sottopalco come il sottoscritto. La sera è una di quelle sere in cui l'animo prepensionistico potrebbe avere la meglio: lo scazzo del sabato cozza con l'evento, o meglio, l'avvento della serata.
Il locale è sempre quello, piccolo, familiare, intimo. Il locale sempre quello, uno dei pochi live club di Brescia, il Vinile 45. I pochi spettatori si accalcano timidamente alle pareti, lontano dal palco. Dopo una buona ora di attesa, trascorsa seduto sul bordo del palco, entra Federico, estrae la Telecaster dalla custodia rigida, infila il jack e rompe il silenzio con Delorenzo, poi Siberia, poi Gennaio.

Aspetterò questa notte pensandoti,
nascondendo nella neve il respiro,
poi in un momento diverso dagli altri
io coprirò il peso di queste distanze...


Non mi par vero. La situazione è personalmente allucinante. Anni di ascolti nella piatta versione cd, e all'improvviso successioni di accordi a me noti, attraversano i fili, quindi escono dalle casse, quindi direttamente nel petto, senza passare dall'orecchio. E non importa se i suoni non sono il massimo; non importano le luci fisse che colorano il locale di rosso; non importa se le suddette luci impediscono lo scatto di ogni qualsiasi foto, che si possa definire tale; non importa se la voce di Federico si è persa, forse negli anni, forse solo stasera; non importano le sue scarpe, dei mocassini a dir poco discutibili; non importa se dei diaframma rimane solo lui.
Quello che trasmette è pura energia.
Lo spettacolo continua, senza una scaletta definita. Fede chiama ogni brano in base a non so quali sensazioni. Verde rimbalza su di me lasciando il segno:

Clandestino nel suo mondo di ghiaccio,
clandestino nel suo mondo di niente,
rovesciavo i suoi oggetti in giardino 
sull'asfalto di questa città.

E poi è un continuo di brani più o meno noti: I giorni dell'ira, Diamante grezzo, Le navi del porto, Impronte, Caldo...
Fede sfoggia con naturalezza le più consone ed iconiche movenze da palco, mentre una nutrita folla si accalca attorno a me. Ma da dove sono sbucati tutti (mi chiedo). Fans irriducibili che cantano ogni canzone, altri le chiedono, altri azzardano commenti non troppo felici. Pensavo di essere solo in prossimità del palco, invece mi giro ed il locale è pieno. I Diaframma continuano alternando pezzi più marcatamente “punk” ad altri con un approccio più intimista, pezzi recenti contrapposti a più datati. Il tutto per un'ora e trenta minuti, live probabilmente accorciato a causa degli acciacchi di Fiumani. I tre rientrano dopo il bis. Paiono provati, sintomatico dello sforzo fisico evidente.
Come erano entrati, così sono usciti, nel silenzio.


Finito il concerto mi faccio coraggio e mi avvicino a Federico che osservava la situazione post concerto al banchetto dei cd. Gli chiedo se ha voglia di rispondere ad alcune domande. Un po' stupito ed a tratti lusingato, risponde affermativamente. Ho bisogno di una sambuca ghiaccio e mosca per calmare l'emozione di trovarmi dinnanzi ad un'icona del rock italiano. Ingoio il distillato, mi accorgo di aver dimenticato ogni cosa: il registratore, il taccuino, le domande a cui avevo pensato nel pomeriggio. Bestemmio e inizio:

Federico Fiumani padre del rock d'autore italiano. Come ci si sente in questa veste?
Trovo sia piacevole, un riconoscimento al lavoro fatto con coerenza e passione negli anni.

Quali gruppi italiani contemporanei pensi di aver influenzato?
Mah, non saprei proprio. Ti posso dire il nome di un gruppo che apprezzo particolarmente, i Baustelle.

Baustelle che se non ricordo male hanno avuto dei problemi a livello di casa discografica e non hanno potuto inserire la loro cover (Il disco dei Replacements) ne “Il dono”. Com'è stato ascoltare un album tributo?
Direi senz'altro piacevole, mi ha molto stupito.

Siberia (1984), Tre volte lacrime (1986), Boxe (1988), pietre miliari del panorama alternativo italiano. Quanto è cambiato da 25 anni a questa parte?
C'è una grossa differenza: prima noi eravamo un gruppo vero e proprio, i pezzi venivano composti assieme e strutturati come un lavoro di gruppo. Oggi io mi sento più un solista.



1 commento:

burro ha detto...

Quando ho scoperto Siberia non l'ho più mollata.. E ho trovato che la cover dei Marlene si avvicinasse tantissimo alla perfezione dell'originale...